Comunicato 12/07/2008 - Sentenza della Cassazione sull'uso della canapa in ambito Rastafari
 
 

 

Ringraziamo vivamente tutti i lettori per l’attenzione concessaci, in quanto crediamo che la nostra testimonianza istituzionale sia ora assolutamente necessaria, sia per il nostro diretto coinvolgimento nell’importante vicenda mediatica delle scorse giornate, sia per consentire all’opinione pubblica di raggiungere una percezione lucida e chiara delle nostre credenze e della nostra identità morale, cosa che non può essere compiuta con l’intervista di semplici simpatizzanti esterni, come è stato tuttavia riscontrato nella condotta di molte testate editoriali. Di seguito, dunque, riporteremo un nostro contributo esplicativo utile a recare maggiore luce sulla teologia da noi professata, spesso fraintesa da analisi giornalistiche superficiali, e sulla nostra posizione in merito all’accaduto ed ai possibili futuri orizzonti politici che esso dischiude.

In primis, il termine “Rasta” non è altro che la contrazione di “Ras Tafari”, una personalità umana storicamente esistente, dignitario etiopico incoronato Sovrano della propria nazione nel 1930, nel Quale i nostri padri, sin da allora, hanno riconosciuto Gesù Cristo nella Sua Seconda Venuta, nella Maestà e nella Gloria, a compimento delle profezie bibliche, divenendo così suoi seguaci e figli. In accordo con i precetti del nostro Capo, riconosciamo la giustizia della condotta illustrataci nel Sacro Vangelo e raccomandata dalla Cristianità, la necessità dunque di rispettare la creazione di Dio, affidata all’uomo per la sua custodia e cura, di amare il prossimo, rispettandone gli spazi e le esigenze, di amare se stessi, coltivando il proprio carattere mediante studio e rinnovamento interiore, difendendo il proprio corpo, tempio dello Spirito Santo, dalle corruzioni anti-igieniche e dalle deturpazioni. A queste verità eterne, mostrate all’umanità dal Cristo nella Sua Prima Venuta, aggiungiamo i salvifici comandamenti politici del Signore Haile Selassie I, il Quale ci ha indicato il senso dello Stato, della vita civile e delle sue istituzioni, la difesa dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo, la democrazia, il superamento di ogni tipo di discriminazione razziale, sessuale, culturale, religiosa, la risoluzione pacifica delle dispute politiche secondo il diritto internazionale e il potere delle Nazioni Unite, la cittadinanza mondiale e l’instaurazione di un ordine socialmente equo: in poche parole, l’avversione per quel Fascismo che Egli ha storicamente combattuto e vinto, avversione che è alla base della nostra costituzione nazionale e che onoriamo con fierezza. Nessun riferimento dunque alla bestialità, alle scelte estetiche o all’anarchismo adolescenziale, ma un fenomeno religioso dotato della propria profondità storica e concettuale che non può essere affiancato formalmente a gruppi sociali definiti dal disorientamento e dalla dedizione all’abbandono, come è stato tuttavia avanzato. In linea con tale complessità, la capigliatura che ci contraddistingue visivamente non ha nulla a che vedere con la sospensione delle cure igieniche o la volontà di perseguire un’infantile idea di ribellione e auto-esaltazione esteriore, ma rientra nell’osservanza di un voto biblico, il Nazireato, descritto nel libro veterotestamentario dei Numeri, al capitolo 6; tra i santi della storia dello Spirito che lo praticarono, ricordiamo Samuele, Giovanni Battista, Paolo, Giacomo e, come le inconsistenti reminiscenze del catechismo possono comunicare a molti, Sansone, il quale traeva potere e vigore dalle proprie lunghe trecce. Esso implica una serie di regole ascetiche finalizzate alla propria consacrazione interiore e corporale a Dio, come la crescita incolta della chioma, l’astensione dagli alcolici e da alcuni cibi, e fonda pertanto una pratica incompatibile con la valorizzazione dell’ebbrezza e dell’orgia che ci viene ironicamente attribuita.

Dopo aver chiarito i fondamenti rivelativi e storici della nostra fede, nonché le proprie finalità morali e sociali, è giusto affermare con decisione come tale specifico utilizzo della canapa non rivesta alcun ruolo dogmatico o valore salvifico nell’esistenza del fedele rastafariano, e che la promozione di tale costume non rientri nei nostri interessi pastorali, essendo essi totalmente concentrati sull’umana libertà e salvezza che procedono dall’amore per Haile Selassie I. Uno degli insegnamenti che Egli ci ha donato è il rispetto dell’autorità statale e democratica che Egli ha incarnato e sostenuto storicamente, e non è nostra intenzione aggirare il legittimo ordinamento legale e costituzionale che garantisce i diritti fondamentali di tutti i cittadini, pur ravvisando in questo, rispetto al caso specifico, un’eccessiva tendenza repressiva e la mancanza dell’adeguata lucidità ed esperienza legislativa. Questa pratica è essenzialmente una scelta soggettiva e privata, e molti di noi se ne astengono radicalmente per propria vocazione o per disciplina spirituale, senza patire alcuna incomprensibile imposizione contraria da parte della dottrina.

L’utilizzo della canapa per scopi meditavi non è semplicemente fondato sulla suggestione tradizionale che essa fosse cresciuta sulla tomba del saggio Salomone, come è stato dichiarato in molti spazi, ma da una millenaria presenza nella cultura cristiana d’Etiopia per l’ascesi monastica e l’educazione religiosa, che è stata anche studiata da diversi archeologi e storici occidentali. Non si tratta inoltre di una caratteristica esclusiva del rastafarianesimo e del suo predecessore teologico etiopico cristiano, ma un elemento che compare anche nell’induismo e nel sufismo, tradizione mistica dell’Islam. Essa non ha nulla a che vedere con la nichilistica sospensione delle facoltà razionali e ripudia l’alienazione e l’autolesionismo dell’eccesso e delle droghe pesanti, manifestandosi nell’attenzione, nella moderazione e nella disciplina della mente, che non deve mai perdere il senso del reale e dell’equilibrio. Tale attitudine si pone naturalmente in antitesi alla demonizzazione assoluta delle sostanze naturali a sfondo psichico che viene sostenuta in Italia, la quale si scontra con l’evidente ipocrisia di un uso ampio e legale di eccitanti, di tranquillanti chimici, e quello, a volte letale, di vino e alcoolici, che sono alla base della cultura nazionale della festa.

La sentenza della Cassazione ha per noi un valore duplice ed ambiguo: se da una parte, infatti, ci rallegriamo per il riconoscimento, seppur indiretto, della nostra fede da parte del potere giudiziario, e la considerazione di una realtà comportamentale, riferita alla canapa, che non rientra né negli schemi censori del conservatorismo, né nel vano libertinismo che spesso vi si oppone, ma che si esprime in un’autentica dimensione spirituale in attento equilibrio tra l’astrazione ascetica e la preservazione della dignità morale, dall’altra intravediamo tuttavia pericolose conseguenze per il legittimo controllo esercitato dallo Stato e la stessa immagine della nostra cultura, che potrebbe essere utilizzata da chiunque come una lacuna giuridica e svuotata della sua serietà intrinseca, offrendo così un’immagine banalizzata ed inevitabilmente criminalizzata dei valori per noi più sacri. Non è dunque nostra intenzione avvalerci di un espediente per sottrarci alle giuste responsabilità politiche, bensì lavorare per la radicazione di una dottrina ben più ampia e strutturata, in cui rientra spontaneamente, secondo la cultura giuridica che il Re dei re d’Etiopia ci ha trasmesso, una visione più elastica, ma allo stesso tempo disciplinata e controllata, del rapporto tra i cittadini e una pianta naturale, di cui molte altre forze sociali ed entità partitiche riconoscono l’opportunità.

Nella volontà di mostrare rispetto per l’autorità del Governo Repubblicano e le sue prerogative, ci stiamo adoperando, in costante sintonia con i precetti del nostro Dio, per la costituzione di un’organizzazione dotata di uno statuto depositato ed una personalità giuridica riconosciuta, che possa dunque dialogare in piena trasparenza con gli organi di controllo pubblico. Crediamo infatti di rappresentare una tradizione sincera e non ignorabile, che chiede con umiltà l’ascolto della società, ma che è ugualmente disposta alla piena osservanza delle sue regole d’ordine.
 

Sinceramente, A.P.R.I. (Assemblea Permanente dei Rastafariani in Italia).


Grazie